È la paura che tiene ferme molte aziende con un fornitore che non le soddisfa più: “se cambio, mi ritrovo con tutto bloccato”. È una preoccupazione ragionevole, ed è esattamente il motivo per cui il subentro si fa con un metodo e non a braccio.
Si parte dal censimento, non dai cambiamenti
Prima si guarda cosa c’è: server, apparati di rete, postazioni, licenze, caselle di posta, domini, backup, contratti in essere. Finché non è chiaro il perimetro non si tocca niente. È la fase in cui emergono le sorprese, ed è meglio che emergano lì.
Le credenziali sono il punto delicato
Accessi al server, al firewall, al pannello del dominio, alla posta. Capita spesso che il cliente non le abbia: sono rimaste al fornitore uscente. È una situazione ordinaria e prevista nella procedura, con percorsi di recupero per ogni servizio. Vale la pena sapere che il dominio e le caselle sono tuoi, non del fornitore.
Il piano di transizione
Ogni attività che comporta un fermo viene pianificata fuori dagli orari operativi. Le migrazioni si fanno con la vecchia configurazione ancora attiva, così che il ritorno indietro sia sempre possibile fino all’ultimo momento.
Mancanza di documentazione
Nella maggior parte dei subentri non esiste uno schema di rete, e nessuno sa perché una certa cosa sia configurata così. Si ricostruisce, si documenta e si lascia scritto: è il primo valore che il cliente vede, ed è anche quello che gli permetterà di cambiare di nuovo, un giorno, senza essere ostaggio di nessuno.
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